
La storia di Abramović con Venezia nasce durante la sua adolescenza, a 14 anni per la prima volta accompagna la madre a vedere la Biennale e oggi è la prima artista donna ad essere ospitata nelle sale delle Gallerie dell’Accademia. Sappiamo già molto dei premi vinti, della sua carriera, del rapporto con Ulay e di come sono andate le cose successivamente, tutto questo è visto come un flusso continuo da poter ora anche guardare a ritroso trovando connessioni tra eventi differenti e anche non vicini cronologicamente. In questo senso si inserisce lo scopo della mostra, fare da ponte tra passato e presente, con un focus su alcune dicotomie molto care all’artista: la dimensione materiale e quella immateriale, e tra corpo e spirito. Sono i corpi che entrano in gioco qui, come ha spesso fatto Abramović nella sua lunga carriera, i corpi nella loro materialità sono chiamati a partecipare alle sue opere, ad avere una parte attiva che entra in contatto con la dimensione spirituale di ciascuno. Le visitatrici e i visitatori sono invitati ad entrare nelle opere, come accade in “Black Dragon”, oppure ad utilizzarle, come in “Telepathy Phones”. In un caso o nell’altro si usa il proprio corpo per cercare un contatto con la materia dell’opera, che fa da médium per arrivare allo spirito, spesso attraverso le vibrazione energetiche dei cristalli come il quarzo, altre volte invece attraverso l’affidarsi alle proprie vibrazioni, come essere umano fisico e allo stesso tempo incorporeo. Anche i suoni fanno la loro parte, come in “As Slow as Possible”, opera dedicata a John Cage, che vede protagonista il ritmo sonoro di una serie di metronomi sincronizzati. Qui le persone hanno a disposizione delle sedie sdraio dove poggiarsi e ascoltare i metronomi appunto, cercando di astrarsi il più possibile dalla realtà circostante per entrare nel flusso del tempo scandito dallo strumento. Sono esperienze che arrivano a una parte molto antica del nostro cervello, quella che riconosce solo gli stimoli corporei e li traduce in emozioni.
La connessione tra passato e presente si estende anche all’esterno delle opere stesse, nelle sale circostanti. Il dialogo tra le opere dell’artista e quelle degli artisti ospitati nella collezione permanente tocca l’apice con “Pietà (Anima Mundi)”, che è anche il culmine della personale stessa. Tiene in braccio Ulay, lo offre a chi guarda e chiede di partecipare a quel dolore. L’opera dialoga con un’altra Pietà, quella non compiuta di Tiziano e finita da Palma Giovane, posta direttamente sulla parete di fronte. L’abbinamento cade anche in corrispondenza del 450esimo anniversario di quest’ultima, e sottolinea come nell’arte, non solo contemporanea, il corpo sia veicolo di messaggi trascendentali, in grado di trasfigurare le emozioni, come il dolore, e renderli esperienza universale attraverso cui l’umano si eleva e raggiunge la dimensione spirituale.