Attraverso la lente di Mapplethorpe

sabato, ott 3, 2026 | 3 minuti di lettura | Aggiornato il sabato, ott 3, 2026

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Attraverso la lente di Mapplethorpe

Il fatto è questo, Mapplethorpe era nero, era gay, ed era un personaggio controverso. Tutte caratteristiche che oggi come oggi stanno profondamente sul cazzo a una parte consistente della gente che ci ritroviamo al governo. Nel suo momento di auge la situazione per certi versi non era molto diversa, ma almeno c’era l’arte che aveva ancora la pretesa di poter salvare il mondo. La bellezza poteva forse veramente asfaltare i pregiudizi, e in quel momento, nell’unico e ineguagliabile momento in cui gli occhi si posavano su quelle figure, il mondo circostante spariva, rimaneva solo la bellezza, profonda e oscura come un pozzo di cui non si vede la fine, ma sintetizzata in quei corpi espressivi, scultorei alla maniera di Michelangelo, in grado di azzerare la distanza o renderla siderale tra chi guarda e chi è raffigurato. Pertanto i corpi diventano il fulcro delle foto di Mapplethorpe, spesso poco vestiti, in posa, naturali, come la serie dedicata all’amica Patty Smith, o alla culturista Lisa Lyon, corpi in mostra senza il velo del pregiudizio a coprirne l’essenza. In fondo i vestiti cos’altro sono se non una barriera tra le persone? Una corazza in grado sì di proteggere, ma soprattutto di nascondere chi si è realmente. Non per nulla anche in maniera metaforica si dice “mettersi a nudo”.

Le opere in mostra spaziano dai collage, ai ritratti, alle nature morte, soprattutto fiori, c’è anche una piccola sezione dedicata all’Italia, in occasione di un viaggio che il fotografo intraprese su invito del gallerista Lucio Amelio. Ma ritorniamo ai fiori: quelli di Mapplethorpe sono vivi, talmente vivi da essere sensuali, audaci nelle forme e nelle associazioni di idee. La luce fa sì che escano dalla dimensione di semplice organismo esteticamente apprezzabile per entrare nell’infinito tramite un’estetica dalle qualità universali. Non sono più fiori, sono forme pure, bianchi e neri che scolpiscono e rendono di velluto petali e foglie. L’erotico fa parte anche di questa serie di fotografie, fiori che richiamano organi sessuali, strumenti di piacere e che ci rimandano dunque agli esseri umani che il fotografo amava rappresentare.

I nudi ovviamente sono presenti, non c’è volgarità nonostante il porno, sono statue che prendono vita grazie alla luce che le investe. Muscoli, tendini, occhi e labbra che si flettono verso l’osservatore, che si mostrano e si offrono agli sguardi, senza pudore e senza pregiudizio. La dimensione in cui entrano è profonda, perché attraverso la lente della macchina fotografica, l’artista li sottrae al tempo e allo spazio, sono forme archetipiche, non hanno fine e non hanno inizio, rappresentano la circolarità della vita fermando solo un attimo del qui e ora. Quei muscoli tesi, quegli sguardi, sono come finestre aperte in un flusso temporale unico, sono persone comuni e divinità allo stesso tempo.

Quanto scritto fin ora non ha la pretesa di essere una recensione, non vuole dare uno sguardo completo dell’esposizione;  è solo una riflessione che forse può accompagnare chi ancora andrà a vedere la mostra. Una riflessione sul senso del tempo e sul modo per fermarlo, sulla società che cambia ma che in fondo si muove in maniera circolare, e ad un certo punto ci si ritrova al punto di partenza. L’estetica di Mapplethorpe è atemporale, la bellezza non ha bisogno di essere definita in un preciso passato e presente, le forme sono universali e la luce che le investe le consegna a dimensioni fuori dal quotidiano. La bellezza in questo caso è il cappello sotto cui si intessono relazioni sociali, drammi esistenziali, morti e nascite nel breve periodo di vita del fotografo. Il flusso vitale che scorre sotto di essa è primordiale. Mapplethorpe ritrae forme primordiali, pure.

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